Walter Zerla Photography https://walterzerla.com/ Walter Zerla Photography Wed, 04 Feb 2026 10:27:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=6.8.5 Raccontare i luoghi è il mio modo di restituire immagini nate da emozioni vissute https://walterzerla.com/libro-fotografico-sul-territorio/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=libro-fotografico-sul-territorio Wed, 04 Feb 2026 09:59:57 +0000 https://walterzerla.com/?p=9382 Come sai, il libro è uscito a Natale.Un libro fotografico sul territorio nato dall’esperienza diretta, dal tempo trascorso sui luoghi e da uno sguardo lento e rispettoso. Non immaginavo che avrebbe avuto un’accoglienza così intensa. Questa nuova riedizione non è una semplice ristampa: completa e rafforza l’edizione precedente, rendendola più matura e consapevole. Per me, […]

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Come sai, il libro è uscito a Natale.
Un libro fotografico sul territorio nato dall’esperienza diretta, dal tempo trascorso sui luoghi e da uno sguardo lento e rispettoso. Non immaginavo che avrebbe avuto un’accoglienza così intensa. Questa nuova riedizione non è una semplice ristampa: completa e rafforza l’edizione precedente, rendendola più matura e consapevole.

Per me, come fotografo del territorio, è stato un passaggio importante. Un lavoro che nasce da emozioni vissute e che oggi trova nuove forme per essere condiviso.

Un libro fotografico nato dall’esperienza vissuta in barca con un drone

Il progetto racconta i luoghi che conosco e che amo: il Lago Maggiore, il Lago d’Orta, le rive, le luci, i silenzi. Non come cartoline, ma come spazi abitati, osservati nel tempo giusto.
La fotografia d’autore, per come la intendo, non si limita a mostrare: cerca di restituire ciò che è stato vissuto.

Questa riedizione rafforza il racconto precedente, l’uso di un drone cheti alza in volo dalla barca lo rende più completo e coerente, mantenendo intatto il senso originario del progetto: fotografare per comprendere, e comprendere per raccontare.

Tredici presentazioni, un racconto condiviso

Il libro è stato presentato in tredici luoghi diversi. Biblioteche, sale pubbliche, spazi di incontro. Ogni presentazione è stata un momento di dialogo, un confronto vero con le persone.
È stata un’avventura molto coinvolgente, più di quanto avessi immaginato all’inizio.

Dopo ogni incontro sono arrivati messaggi, email, complimenti sinceri. Parole che raccontavano riconoscimenti, ricordi, emozioni condivise. In quei momenti ho capito che le immagini avevano trovato una strada per arrivare agli altri.

Nuove presentazioni del libro fotografico

Il percorso non si ferma qui.
Sto organizzando nuove presentazioni del libro fotografico e accolgo con piacere inviti futuri da parte di biblioteche, associazioni culturali, enti e realtà del territorio.

Chi desidera ospitare una presentazione può contattarmi direttamente per valutare insieme date e modalità dell’incontro. Ogni occasione è per me un’opportunità di dialogo e di condivisione, perché raccontare i luoghi significa anche incontrare le persone che li vivono.

Sfogliare il libro oggi

Ora il libro lo sfoglio lentamente.
Con la calma che si riserva alle cose importanti. E sì, ogni tanto affiora una piccola lacrima. Non di malinconia, ma di consapevolezza. Mi rendo conto che è un bel lavoro, onesto, nato dal tempo e dall’ascolto.

Capisco sempre più chiaramente che questo è il senso del mio mestiere:
avere la possibilità di contribuire a far conoscere il territorio attraverso le immagini. Raccontare i luoghi con rispetto, senza forzature, lasciando spazio alle emozioni che li attraversano.

Raccontare i luoghi è il mio modo di restituire immagini nate da emozioni vissute.
Per un fotografo, forse, non esiste privilegio più grande.

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La scienza incontra la bellezza – Il racconto di Marina Manca https://walterzerla.com/la-scienza-incontra-la-bellezza-il-racconto-di-marina-manca/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-scienza-incontra-la-bellezza-il-racconto-di-marina-manca Wed, 05 Nov 2025 10:48:29 +0000 https://walterzerla.com/?p=9334 Quando la ricerca incontra la fotografia Dieci anni fa, sulle rive del Lago d’Orta, un convegno dedicato al recupero ambientale divenne il punto di partenza di un incontro straordinario.In quell’occasione, Marina Manca, allora direttrice dell’ISE (Istituto per lo Studio degli Ecosistemi, oggi parte dell’IRSA – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR), conobbe Walter Zerla, […]

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Quando la ricerca incontra la fotografia

Dieci anni fa, sulle rive del Lago d’Orta, un convegno dedicato al recupero ambientale divenne il punto di partenza di un incontro straordinario.
In quell’occasione, Marina Manca, allora direttrice dell’ISE (Istituto per lo Studio degli Ecosistemi, oggi parte dell’IRSA – Istituto di Ricerca sulle Acque del CNR), conobbe Walter Zerla, fotografo già impegnato in un progetto che mirava a vivere e raccontare i laghi Maggiore e d’Orta dall’interno, nel silenzio della navigazione a vela, alla ricerca dell’anima nascosta dell’acqua.

Nel medesimo periodo, il ricercatore Giuseppe Morabito stava concependo un progetto dal titolo S.A.I.L.IN.G. (Sensor-based Assessment on In Lake processes and water quality – Scientific INvestigation and Growing environmental awareness), volto a monitorare i laghi con sensori e strumenti innovativi, ispirandosi alle “ships of opportunity” utilizzate per la raccolta di dati oceanografici.
Fu così che la scienza e la fotografia trovarono un linguaggio comune, dando vita a un sodalizio unico: la conoscenza scientifica al servizio della bellezza.


Il sostegno della Fantini Rubinetti

Un ruolo fondamentale fu quello di Fantini Rubinetti, azienda nata a Pella, sulle sponde del Lago d’Orta.
Da sempre legata al territorio e alla sua comunità, Fantini decise di sostenere il progetto S.A.I.L.I.N.G. in continuità con la propria filosofia: unire design, innovazione e rispetto per il paesaggio.

La barca a vela Caipirinha–Fantini venne così trasformata in un laboratorio galleggiante, in grado di raccogliere dati preziosi sulla qualità delle acque e, allo stesso tempo, promuovere una maggiore consapevolezza sul valore ambientale ed estetico dei nostri laghi.


Un’eredità viva tra scienza e bellezza

Da quel primo incontro sono nate numerose iniziative e ricerche d’avanguardia, realizzate grazie al contributo di enti, associazioni e imprese del territorio.
Navigando ancora oggi tra le acque del Lago d’Orta e del Lago Maggiore, possiamo riconoscere quanto sia cresciuta la consapevolezza collettiva del bene prezioso che questi luoghi rappresentano.

Come scrive Marina Manca:

“Navigando ancora in queste acque non possiamo che constatare quanti nuovi percorsi di studi e ricerche sono oggi attivi e quanta strada abbiamo percorso anche grazie a quella idea iniziale, nata per restituire appieno la bellezza e la valenza scientifica di questi nostri laghi, che sono luoghi dell’anima.”


Oggi, il dialogo continua

Il progetto continua a vivere nel nuovo libro di Walter Zerla, Lago Maggiore e d’Orta in barca a vela, dove immagini e parole raccontano la stessa tensione verso l’armonia tra uomo e natura, arte e conoscenza.
La Caipirinha–Fantini naviga ancora, simbolo di una collaborazione che unisce mente e sguardo, misura e meraviglia.

Perché la bellezza, quando incontra la conoscenza, non si limita a incantare: insegna a rispettare.

Dario, Roberto, Michela e Giuseppe al lavoro per creare il progetto S.A.I.L.I.N.G.

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Il respiro dell’acqua fredda – Fotografie d’inverno sul Lago d’Orta | Walter Zerla https://walterzerla.com/il-respiro-dellacqua-fredda/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=il-respiro-dellacqua-fredda Fri, 17 Oct 2025 14:08:30 +0000 https://walterzerla.com/?p=9235 Lago d’Orta in inverno. Mi sveglio e sento che qualcosa è cambiato.Il silenzio è diverso dal solito, ovattato, come se il lago stesso stesse dormendo.Mi ricordo di essere attraccato al pontile: ieri sera mi ero addormentato in fretta, senza nemmeno sentire le onde contro lo scafo. È stata una notte calma, perfetta. Apro il tambuccio: […]

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Lago d’Orta in inverno.

Mi sveglio e sento che qualcosa è cambiato.
Il silenzio è diverso dal solito, ovattato, come se il lago stesso stesse dormendo.
Mi ricordo di essere attraccato al pontile: ieri sera mi ero addormentato in fretta, senza nemmeno sentire le onde contro lo scafo. È stata una notte calma, perfetta. Apro il tambuccio: sorpresa, la barca è coperta da un sottile strato di neve.
Tolgo piano quella neve farinosa dalla coperta — un gesto semplice che mi riporta all’infanzia, quando, eccitato dalle nevicate, passavo la mano su ogni superficie per giocare a fare una pallina con quella neve farinosa. Sorrido da solo. Alcuni gesti, a distanza di anni, conservano la stessa magia.

Lascio il pontile. Non c’è nessuno sul lago.
Anche i gabbiani, infreddoliti, cercano la colazione sfiorando le onde.
Nell’aria c’è quel profumo pulito e inconfondibile dell’inverno.
Le sponde e le montagne del Lago d’Orta in inverno sono ancora bianche, ma so che durerà poco: il sole, presto, scioglierà tutto. Comincio a scattare fotografie.
Il pilota automatico mi lascia libero di andare a prua, di osservare, di lasciarmi sorprendere dalla luce che cambia.
Mi sento fortunato a essere qui, in questo preciso momento, nel silenzio totale del lago.
Mentre inquadro mi chiedo: riuscirò a trasmettere le stesse emozioni che provo ora, a chi guarderà queste immagini?
Forse sì. O forse no.
Ma in fondo non importa: la fotografia, come l’acqua fredda del lago, serve prima di tutto a ricordarci che siamo vivi. questo è il Lago d’Orta in inverno.

Leggi anche La solitudine in barca: il silenzio, la luce e la ricerca dell’immagine giusta

Scopri di più sul Lago d’Orta su Wikipedia

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La solitudine in barca: il silenzio, la luce e la ricerca dell’immagine giusta | Walter Zerla https://walterzerla.com/la-solitudine-in-barca-il-silenzio-la-luce-e-la-ricerca-dellimmagine-giusta/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=la-solitudine-in-barca-il-silenzio-la-luce-e-la-ricerca-dellimmagine-giusta Wed, 08 Oct 2025 16:32:07 +0000 https://walterzerla.com/?p=9220 C’è un momento, quando il porto si allontana e il rumore della terra si spegne, in cui la solitudine in barca comincia a respirare con te. Non è assenza, ma presenza: presenza dell’acqua, del vento, del ritmo lento della vela che scivola. Non servono parole, il silenzio ha il timbro di un vecchio amico che […]

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C’è un momento, quando il porto si allontana e il rumore della terra si spegne, in cui la solitudine in barca comincia a respirare con te. Non è assenza, ma presenza: presenza dell’acqua, del vento, del ritmo lento della vela che scivola. Non servono parole, il silenzio ha il timbro di un vecchio amico che ti conosce da sempre.

Ma anche in questa quiete resta un’esigenza sottile e potente: quella di realizzare l’immagine giusta. Non quella che si impone, ma quella che si rivela, solo se la sai attendere. Così, anche oggi, traccio una rotta non soltanto sull’acqua, ma dentro la visione: previsualizzo la luce, immagino la forma, attendo il punto esatto in cui tutto si allinea — la vela, la nuvola, il riflesso, il respiro. La barca si muove, io pure, ma l’immagine è già lì, da qualche parte, pronta a farsi trovare.

La notte, d’estate, arriva lentamente. Si trascina con dolcezza, regalando crepuscoli lunghi, di un blu che sembra respirare. Il lago trattiene la luce, la piega, la culla come un pensiero che non vuole svanire. Allora rimango sul ponte, ad ascoltare i suoni che si allontanano, uno a uno, finché resta solo il fruscio dell’acqua contro lo scafo.

In inverno, invece, la notte non ha pazienza. Si precipita addosso già dal pomeriggio, e alle cinque è già buio pieno. Le ore si allungano come corde tese: dodici, quattordici, a volte di più. E nasce la domanda inevitabile: cosa fare, da soli, fino alle sette del giorno dopo?

Fortunatamente ho il mio compagno silenzioso: il computer. Con lui analizzo, ordino, seleziono. Rivivo le immagini salvate — fotogrammi di luce catturati nei giorni di navigazione.

Mangi quando hai fame, ti dimentichi di lavarti, resti con gli stessi vestiti addosso per giorni. Non c’è più il tempo degli altri, ma solo il tuo — dilatato, disordinato, vero. Ti accorgi di non aver parlato con nessuno per tutto il giorno solo quando senti la tua voce, per la prima volta oggi, uscire dalla bocca — magari per imprecare dopo la solita testata contro il boma. Allora ridi, da solo, come un matto.

Mi piace sdraiarmi a prua e lasciare che lo sguardo salga alle vele bianche, distese a farfalla, rischiarate dal faro dell’albero. Attorno, la notte ti scivola accanto come un respiro, mentre la barca si muove con la dignità di chi conosce il proprio destino. Questa solitudine in barca è una forma di conoscenza lenta.

È l’alba. Ho dormito nel sacco a pelo, ma sotto ho steso i miei vestiti, schiacciandoli con il corpo. Così, al risveglio, li trovo caldi, impregnati del mio calore notturno — piccoli frammenti di conforto contro l’umidità del mattino.

La prima cosa che faccio è guardare fuori, per capire che giorno sarà: il sole colorerà le nuvole? Ha smesso di piovere? C’è qualcuno che sta già pescando, o sono solo io, come al solito? Il computer collegato al laboratorio del CNR ha lavorato tutta la notte. Mi chiedo se ha raccolto i dati, se tutto ha funzionato.

Ho freddo? Ho caldo? Non lo so. Metto il caffè sul fornello e aspetto che l’acqua inizi a borbottare. Nel frattempo, riordino le idee in funzione del meteo esterno, cercando già di intuire la direzione della luce.

L’odore del lago al mattino è pesante, spesso; si porta dentro ancora l’umida notte. È il profumo del caffè che ha la magia di casa, di parole, di sveglia che suona. Mi stupisco sempre quando, descrivendo il mio carattere, dico di essere una persona che cerca di organizzare, di incontrare, di fare con gli altri. E invece eccomi qui, da solo. Ho dovuto imparare non solo a navigare, ma anche a vivere nel silenzio.

Leggi anche Il respiro dell’acqua fredda – Fotografie d’inverno sul Lago d’Orta

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L’occhio vede ciò che la mente conosce https://walterzerla.com/locchio-vede-cio-che-la-mente-conosce/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=locchio-vede-cio-che-la-mente-conosce Mon, 06 Oct 2025 15:08:36 +0000 https://walterzerla.com/?p=9204 Diario dal lago: una mattina d’inverno tra pesca, filosofia e fotografia. Annibale mi insegna la fotografia e la filosofia sul Lago Maggiore… Annibale è il mio amico pescatore. Un tempo faceva il panettiere, oggi divora libri di filosofia e pesca per diletto. Ci siamo conosciuti a Belgirate, al bar, grazie a Marta — un’amica comune […]

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Diario dal lago: una mattina d’inverno tra pesca, filosofia e fotografia.

Annibale mi insegna la fotografia e la filosofia sul Lago Maggiore…

Annibale è il mio amico pescatore. Un tempo faceva il panettiere, oggi divora libri di filosofia e pesca per diletto. Ci siamo conosciuti a Belgirate, al bar, grazie a Marta — un’amica comune che gestisce un campo boe e una scuola di vela. Vedendolo così assorto nei suoi libri, tra un bicchiere e l’altro è nato un contratto, siglato con un aperitivo e una stretta di mano: “Io ti porto alcuni libri che ho in studio, e tu mi porti a vedere come si pesca sul lago.” Un accordo di reciproca curiosità, di quelli che nascono solo quando si ha il tempo di parlare con calma, guardando la pioggia fuori dalla vetrina.

È l’ultimo giorno dell’anno, mattina presto, un freddo boia. Facciamo scivolare la barca di legno di Annibale dalla riva nel lago. Lui si muove con gesti sicuri, antichi; io, impacciato, cerco di aiutarlo come posso. L’odore del lago si mescola a quello delle esche, un profumo che solo chi vive l’acqua conosce davvero. Dentro la barca c’è di tutto: lenze, cestini, sacchetti probabilmente decennali — e noi due, che cerchiamo di non pestare nulla.

Mi spiega che quei pescatori solitari, laggiù, con lunghissime lenze e strani legni, stanno facendo la pesca alla trota. Li chiama “cani”. Mi racconta come si muovono, cosa osservano, come dialogano con l’acqua. Il grande palo con la boa in cima serve da avvertimento: per quelli come me, “nullafacenti con la macchina fotografica”, che rischiano di passare troppo vicino e tagliare le lenze.

Io scatto. E ho la fortuna che quella mattina le nuvole mi siano complici: colorano il cielo, il lago, i nostri respiri. Tutto si fonde in una luce che non chiede permesso.

Guardando Annibale capisco che non sta pescando per prendere pesci. Sta vivendo la luce di questo mattino memorabile, e lo fa insieme a me. Non esce per pescare: esce per vivere il lago. Me lo dimostra parlando dei cieli che incontra ogni giorno, dei loro umori, dei colori che cambiano prima del sole.

Rientriamo. Le remate ora si fanno più veloci, possiamo anche spaventare i pesci — tanto il nostro bottino è già altrove. Un persico, l’unico pescato, lo ributtiamo nel lago: anche lui deve capire che era solo una scusa, quella di pescare. Infreddoliti, dopo aver trascinato la barca sulla riva, raggiungiamo il bar che sta appena aprendo. Siamo a mani vuote, ma negli occhi abbiamo ancora i colori di un’alba invernale. Il vapore del primo caffè sale lento, come la nebbia sull’acqua. Annibale sorride, io pure.

Forse la vera fotografia e filosofia sul Lago Maggiore è saper guardare ciò che la mente già conosce

A volte la realtà supera la fantasia. E certe mattine, basta viverle per capirlo.

Come scriveva Goethe, ‘L’occhio vede ciò che la mente conosce

Leggi anche Il respiro dell’acqua fredda, un altro viaggio tra luce e silenzio sul lago

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Tre lezioni di luce, un fotografo in barca a vela | Walter Zerla https://walterzerla.com/tre-lezioni-di-luce-un-fotografo-in-barca-a-vela/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=tre-lezioni-di-luce-un-fotografo-in-barca-a-vela Mon, 06 Oct 2025 08:31:12 +0000 https://walterzerla.com/?p=9191 Tre lezioni di luce Appunti di navigazione dello sguardo tra stupore, pigrizia ed entusiasmo Ci sono giorni in cui la fotografia non è solo uno sguardo, ma un confronto con se stessi. Vivendo e fotografando dalla barca ho imparato che il lago, come la vita, non perdona né l’eccesso d’entusiasmo né la resa alla pigrizia. […]

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Tre lezioni di luce

Appunti di navigazione dello sguardo tra stupore, pigrizia ed entusiasmo

Ci sono giorni in cui la fotografia non è solo uno sguardo, ma un confronto con se stessi. Vivendo e fotografando dalla barca ho imparato che il lago, come la vita, non perdona né l’eccesso d’entusiasmo né la resa alla pigrizia. Ogni scatto diventa una prova di lucidità, una piccola battaglia interiore tra ciò che vedo e ciò che sento.

Ci sono giorni in cui la fotografia non è solo uno sguardo, ma un confronto con se stessi: tre lezioni di fotografia sul lago che mi hanno insegnato la pazienza e la luce

I. Lo stupore acceca

Il mio incubo quotidiano, quando vivevo e fotografavo dalla barca, era evitare di creare immagini banali.

Lo stupore, così luminoso e ingannevole, rischiava di rubarmi la lucidità.
Ogni volta che mi trovavo di fronte a una scena che toglieva il fiato, sapevo che il pericolo era lì, in agguato: l’ovvio.
Allora lasciavo che la mano seguisse l’istinto, scattavo trenta, quaranta foto in un lampo.
Poi, con la stessa determinazione con cui un marinaio ammaina la vela in un colpo di vento troppo forte, cancellavo tutto.
Quel gesto, così netto e doloroso, era la mia disciplina estetica: una forma di igiene dello sguardo.
Cancellare significava purificare la vista, liberarla dalla febbre dell’entusiasmo.
Solo allora tornavo a guardare. Non più con l’occhio affamato, ma con la mente e il cuore accordati tra loro.
Le immagini che nascevano in quel secondo tempo non erano più fotografie: erano visioni.


II. La pigrizia tradisce

Lottare contro la pigrizia è un esercizio necessario per chi vive di luce.

Quando il cielo si faceva grigio e il lago taceva, mi convincevo che quella non fosse una giornata “da fotografia”.
Così lasciavo che la mente si rifugiasse nelle piccole incombenze: andare in cantiere, fare cambusa, sistemare vele, scambiare parole con un amico di porto.
Era un modo per giustificare la resa, per illudermi di non perdere nulla.
Ma poi, all’improvviso, il cielo si apriva.
Il sole squarciava le nuvole e la luce — quella luce magica e impossibile da prevedere — si riversava sul lago come un’apparizione.
Io, attraccato a terra e impreparato, restavo immobile, pentito.
La pigrizia non è solo stanchezza: è la mancanza di fede nell’imprevisto, la rinuncia a credere che qualcosa possa ancora accadere.


III. L’entusiasmo inganna

Dopo tanti anni ormai so che le ore migliori per fotografare sono quelle del mattino presto e del crepuscolo.

Eppure, quando mi svegliavo sotto un cielo terso, con il sole che spaccava le onde, non resistevo: partivo, salpavo, percorrevo rotte nuove.
Passavo la giornata a inseguire la costa, i porti, le vele lontane.
Ma ogni scatto era una cartolina: cielo blu, luce a picco, ombre dure.
Fotografie perfette e inutili.
Tornavo stanco, proprio quando il lago si accendeva di riflessi e le luci cominciavano a raccontare storie.
Guardavo le immagini sul display e le cancellavo, arrabbiato con me stesso.
Ancora una volta, l’entusiasmo mi aveva ingannato, spingendomi a fare anziché attendere.
Avevo confuso il movimento con la ricerca, l’urgenza con la visione.
E la giornata era passata, portandosi via la bellezza che nasce solo dal silenzio e dalla pazienza.


Epilogo. Domani è un altro giorno

Non bisogna però essere troppo duri con se stessi: altrimenti si smette di vivere il momento.

A volte serve anche respirare, lasciarsi andare, concedersi una tregua.
Dopo una giornata di lavoro o di ricerca basta una sola immagine — una soltanto, ma vera — per farci continuare.
Il tempo meteorologico non dipende da noi: possiamo prevederlo, ma non possiamo intuire i suoi effetti estetici.
E forse è proprio questa imprevedibilità a tenerci vivi, a farci uscire ogni giorno con la speranza di assistere a un piccolo miracolo di luce.
Domani è un altro giorno. E il lago, ancora una volta, sarà diverso.

Forse è proprio in queste lezioni di fotografia sul lago che imparo ogni giorno la meraviglia dell’imprevisto

Come diceva Cartier-Bresson, la fotografia è l’attimo in cui la mente e il cuore si allineano.”
(link a Wikipedia – Henri Cartier-Bresson)


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Fotografare, navigare, volare: tre gesti che diventano poesia sul lago. https://walterzerla.com/fotografare-navigare-volare-tre-gesti-che-diventano-poesia-sul-lago/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=fotografare-navigare-volare-tre-gesti-che-diventano-poesia-sul-lago Thu, 02 Oct 2025 14:00:29 +0000 https://walterzerla.com/?p=9174 La fotografia aerea sul Lago Maggiore e sul lago d’Orta è diventata un modo di raccontare la vita sull’acqua da un punto di vista inedito Fino a poco più di quindici anni fa, chiunque volesse scattare fotografie dall’alto doveva affrontare un’avventura logistica ed economica non indifferente. Serviva un aereo da turismo, un elicottero, una mongolfiera, […]

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La fotografia aerea sul Lago Maggiore e sul lago d’Orta è diventata un modo di raccontare la vita sull’acqua da un punto di vista inedito

Fino a poco più di quindici anni fa, chiunque volesse scattare fotografie dall’alto doveva affrontare un’avventura logistica ed economica non indifferente. Serviva un aereo da turismo, un elicottero, una mongolfiera, un pallone aerostatico… oppure un cavalletto telescopico che si innalzava fino a quindici metri, portando con sé la macchina fotografica come un soldato in cima a una torre d’assedio.

Non bastava. Ogni negativo aereo doveva essere controllato e approvato da un organo competente prima di poter essere utilizzato. Una burocrazia che ricordava il tempo in cui “guardare dall’alto” era quasi un privilegio riservato ai militari e agli esploratori.

Poi, all’improvviso, sono arrivati i droni. E il mondo della fotografia si è aperto come una finestra inattesa.

Il mio primo esperimento con queste nuove macchine volanti fu un ottopale mastodontico, capace di trasportare sotto la sua pancia una reflex telecomandata. Autonomia di volo: cinque minuti. Prezzo: ventisettemila euro. Un giocattolo serissimo, fragile e costoso, ma capace di regalare prospettive mai viste prima.

All’epoca non esistevano ancora regole precise. Se ti fermavano i carabinieri, non sapevano neppure come comportarsi: era un oggetto misterioso, un pioniere meccanico che apriva la strada alle prime immagini “a volo d’uccello”. Erano gli albori, il tempo in cui volare sopra l’acqua significava davvero sentirsi gabbiani con l’obiettivo al posto del becco.


Con il tempo, i droni sono cambiati. Sono diventati più leggeri, più maneggevoli, capaci di volare a lungo e di trasmettere immagini in tempo reale. L’investimento non era più proibitivo, e il cielo si è improvvisamente popolato di piccoli gabbiani elettronici, pronti a seguire lo sguardo del fotografo.

Da macchine costose e misteriose si sono trasformati in compagni di viaggio, strumenti affidabili che hanno reso accessibile a molti ciò che prima era riservato a pochi. Oggi basta aprire le ali di un drone per sollevarsi senza fatica, sfiorare le correnti e guardare il mondo dall’alto, come se il cielo fosse finalmente alla portata di tutti.

Le normative ENAC sulla fotografia aerea con droni hanno poi regolato questa nuova libertà

E sopra l’acqua, il gioco si fa ancora più emozionante.
Lo specchio del lago diventa una seconda lente, un orizzonte capovolto che moltiplica riflessi e prospettive. Volare sopra l’acqua significa non solo raccontare un paesaggio, ma interpretare il respiro stesso della natura: le increspature che disegnano trame sottili, i riflessi che mutano con la luce, le barche che diventano segni sospesi tra cielo e specchio.

Non è più soltanto fotografia aerea. È pittura liquida, scrittura luminosa. È la possibilità di restituire al lettore lo stupore del gabbiano che plana, silenzioso, sopra il lago.


All’inizio, portare con me quella macchina volante in barca era più un atto di coraggio che un gesto pratico. Per farla decollare serviva una base solida: bisognava raggiungere la riva, cercare uno spazio piano, aspettare che tutto fosse pronto. Non era un compagno agile: ogni decollo sembrava un piccolo rito, ogni atterraggio una sfida.

Per questo, nella prima edizione del volume, le immagini aeree sono poche, una decina appena. Erano preziose come gemme rare, nate da un impegno enorme e da una tecnologia ancora acerba.

Oggi invece è cambiato tutto.
I nuovi droni sono strumenti leggeri, stabili, affidabili: posso decollare direttamente dalla barca, anche in mezzo al lago, senza bisogno di toccare terra. La tecnologia non è più un limite, ma un alleato. Anzi, la stabilizzazione dei nuovi modelli mi consente addirittura di scattare con tempi molto bassi durante il volo, aprendo possibilità impensabili fino a pochi anni fa.

Così, finalmente, il lago si svela anche nelle ore più difficili e più poetiche: quelle del crepuscolo. Quando il cielo si spegne lentamente, quando la luce diventa pittura liquida e il silenzio si allunga sull’acqua, il drone diventa un occhio sospeso che cattura atmosfere inafferrabili da terra.

Il limite che avevo prima nel comporre l’immagine sempre con l’infinito basso non c’è più: ora la mia visione può abbracciare orizzonti diversi, angolazioni nuove. Arricchirò il volume con fotografie che raccontano i porti dei paesi illuminati dalle ultime ore della giornata, restituendovi finalmente un’opera più completa, una visione più ampia, capace di descrivere le luci e i silenzi dei nostri splendidi laghi.


Fotografare e navigare con le vele spiegate è già una magia.
Se poi aggiungiamo che i miei occhi possono fotografare volando… allora ti senti felice in questa transoceanica fuori da casa, con il vento che spinge e il lago che diventa oceano, sconfinato orizzonte per lo sguardo e per l’anima.

Ora la fotografia aerea sul Lago Maggiore e sul lago d’Orta con l’utilizzo del drone restituisce orizzonti e silenzi che prima restavano invisibili. Leggi anche Tre lezioni di luce, un altro viaggio tra fotografia e consapevolezza

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Esperienze di un fotografo in barca a vela https://walterzerla.com/esperienze-di-un-fotografo-in-barca-a-vela/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=esperienze-di-un-fotografo-in-barca-a-vela Wed, 01 Oct 2025 16:15:56 +0000 http://walterzerla.com/?p=9142 Fotografare dalla terraferma è già un’arte complessa: luce, composizione, soggetto, attesa. Ma quando la fotocamera sale a bordo di una barca a vela, tutto cambia.Il lago diventa non solo scenografia, ma attore protagonista. La barca è piattaforma mobile, instabile, mai ferma. E il fotografo deve accettare la sfida di trasformare i vincoli in linguaggio, imparando […]

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Fotografare dalla terraferma è già un’arte complessa: luce, composizione, soggetto, attesa. Ma quando la fotocamera sale a bordo di una barca a vela, tutto cambia.
Il lago diventa non solo scenografia, ma attore protagonista. La barca è piattaforma mobile, instabile, mai ferma. E il fotografo deve accettare la sfida di trasformare i vincoli in linguaggio, imparando a convivere con i limiti della fotografia in barca a vela e a trasformarli in opportunità creative.

Fotografia in barca a vela significa imparare a convivere con i limiti e trasformarli in opportunità creative

I vincoli tecnici

Movimento continuo: la barca oscilla, la linea dell’orizzonte si inclina. Tenere la fotocamera stabile è complicato: serve conoscere i tempi rapidi, giocare con gli ISO, sfruttare la stabilizzazione ottica.
Luce mutevole: le nuvole che corrono, le isole con le loro prospettive, i riflessi dell’acqua, il sole che filtra tra le vele: nulla rimane costante. Bisogna esporre “a istinto”, leggere la luce più che misurarla.
Spazio ridotto: ci si muove tra cime, vele, compagni di viaggio. Ogni inquadratura è una sfida di incastri, un equilibrio tra libertà e ostacolo. E non mancano i grossi tronchi trascinati a passeggio dalle correnti dopo un lungo periodo di piogge.

I vincoli compositivi

Linee in movimento: l’albero maestro, le sartie, le vele: linee diagonali e verticali che si trasformano a ogni manovra. Il fotografo deve imparare a comporre dentro un disegno che cambia di continuo.
Orizzonte instabile: l’acqua raramente è piatta. Si può scegliere di raddrizzarlo in post-produzione, oppure accettarne il dinamismo come cifra stilistica.
La linea dell’infinito è sempre bassa: dal pelo dell’acqua lo sguardo incontra subito il cielo, e questo rischia di sbilanciare le proporzioni. Serve consapevolezza per non cadere nella ripetizione, nel banale. Qui arriva in aiuto il cielo: bisogna gestire la grafica delle nuvole, perché tre quarti dell’immagine diventano cielo, spazio, luce. Senza nuvole, un cielo totalmente sereno rischia di risultare monotono.
Assenza di quinte: fotografando dal centro del lago mancano alberi, rocce, edifici a incorniciare la scena. Il rischio è un’immagine monotona, troppo aperta, senza profondità. Allora ti avvicini a un’isola per comporre meglio l’inquadratura, oppure cerchi un pescatore sulla barca da armonizzare nella scena.
Luci migliori all’alba e al tramonto: la fotografia lacustre ama le ore in cui il sole è basso. Ma in estate questo significa muoversi molto presto dalla boa, raggiungere il luogo giusto e attendere che il sole nasca, o restare in acqua fino a che l’ultimo riflesso arrossa le vele. Molto spesso mi è capitato di attendere l’alba con l’inquadratura già negli occhi, per poi scoprire che l’assenza di nuvole non colorava gli spazi: restava solo un disco rosso che subito diventava bianco, luce intensa ma senza colori, senza greche in cielo.

Dal vincolo alla poesia

Eppure, proprio questi limiti rendono la fotografia dalla barca unica. È un dialogo tra tecnica e linguaggio:
La scelta di tempi veloci o l’uso creativo del mosso raccontano la forza del vento.
La diagonale di una vela che taglia il cielo diventa metafora di libertà.
La luce riflessa sull’acqua è specchio di emozioni che non si possono ricreare altrove.
La barca, in fondo, è un microcosmo: instabile ma libero, vincolato ma poetico. Fotografare da lì significa accettare di non controllare tutto, ma di lasciarsi sorprendere.

Conclusione

La fotografia dalla barca a vela è una lezione di umiltà. Non sei tu a dominare il paesaggio: è il vento, la luce, l’acqua a dettare le regole. Il tuo compito è ascoltare, adattarti, pre-visualizzare con cura ciò che arriverà, trasformando l’imprevisto in linguaggio visivo.
Lo scopo era certamente quello di creare immagini che potessero restituire allo spettatore il momento che stavo vivendo: il profumo del lago caldo o freddo a seconda della stagione. Ma non dimentichiamoci che quasi sempre ero solo: dovevo anche gestire una barca di nove metri con magari le vele spiegate, scendere a compromessi con la solitudine, la pioggia, la neve. Prima di fotografare, bisognava vivere la barca.
E forse è proprio questo il senso più profondo: ogni immagine nata a bordo porta in sé la traccia del movimento, dell’instabilità, della vita stessa. Mi dicevo: “È sufficiente ottenere un’immagine interessante al giorno.” Ma c’erano giorni in cui questo non accadeva, e altri più fortunati che compensavano la delusione precedente.
E così la fotografia in barca diventa un viaggio nei sensi: i colori che cambiano a ogni minuto, le attese che insegnano la pazienza, le emozioni che emergono improvvise con una folata di vento, le sorprese che il cielo e l’acqua regalano senza avvisare, i profumi del lago che avvolgono e completano lo sguardo. Non solo fotografie, ma frammenti di vita sospesi tra luce e acqua, istanti che non si ripeteranno mai più. Ecco perché la fotografia in barca a vela è, in fondo, una lezione di vita

Leggi anche Fotografare, navigare, volare: tre gesti che diventano poesia sul lago, un’altra tappa di questo viaggio tra luce e libertà

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Lago Maggiore e d’Orta in barca a vela – Edizione 2026: nuove immagini, nuovi capitoli e prospettive aeree https://walterzerla.com/lago-maggiore-e-dorta-in-barca-a-vela-edizione-2026/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=lago-maggiore-e-dorta-in-barca-a-vela-edizione-2026 Thu, 25 Sep 2025 09:04:16 +0000 http://walterzerla.com/?p=9026 Un nuovo inizio dopo l’infarto A volte la vita ti costringe a fermarti di colpo. Per me è successo così: un infarto, arrivato come un fulmine a ciel sereno. Una di quelle scosse che ti tolgono il respiro e ti fanno guardare la vita con occhi diversi. Nei giorni successivi, nel silenzio dell’ospedale, tra monitor […]

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Un nuovo inizio dopo l’infarto

A volte la vita ti costringe a fermarti di colpo. Per me è successo così: un infarto, arrivato come un fulmine a ciel sereno. Una di quelle scosse che ti tolgono il respiro e ti fanno guardare la vita con occhi diversi. Nei giorni successivi, nel silenzio dell’ospedale, tra monitor e riflessioni profonde, ho capito che era arrivato il momento di cambiare rotta.
Volevo rallentare. Lasciare alle spalle la frenesia delle scadenze, i viaggi veloci, la vita sempre di corsa. Sognavo qualcosa che unisse la fotografia, la natura e una nuova idea di tempo: più lento, più umano, più vero.
Un viaggio tra due laghi e un’idea che prende il largo.

Un viaggio tra due laghi e un’idea che prende il largo. Lago Maggiore e d’Orta in barca a vela

Così è nata l’idea di raccontare due luoghi che amo da sempre: il Lago Maggiore e il Lago d’Orta. Non volevo però un libro come gli altri, con fotografie prese dalla riva o dalle montagne circostanti. Sognavo un progetto diverso: raccontare i laghi dal loro cuore d’acqua, viaggiando in barca a vela, lasciando che fosse il vento — e a volte il silenzio — a guidarmi.L’obiettivo era chiaro: creare un libro fotografico che fosse insieme arte, avventura e riflessione, capace di trasmettere l’anima di questi laghi attraverso immagini autentiche e vissute.

 

La scelta di Caipirinha, la mia compagna di viaggio

La scelta di Caipirinha, la mia compagna di viaggio
Per realizzare questo sogno serviva una barca vera. A La Spezia ho trovato Caipirinha, un vecchio scafo del cantiere Gilardoni del 1984. L’ho vista, l’ho toccata, e ho capito subito che sarebbe stata lei. Non era solo una barca: sarebbe diventata la mia casa galleggiante, il mio studio fotografico, il punto d’osservazione da cui scrutare l’acqua, le montagne, i borghi che si affacciano sui laghi. Con Caipirinha avrei navigato tra Laveno, Verbania, Stresa, passando per le isole e le baie meno conosciute.
Ma Caipirinha non aveva solo un compito artistico. Sotto lo scafo, quattro sonde scientifiche analizzavano in tempo reale le acque, con invio diretto dei dati ai laboratori del CNR di Verbania Pallanza (IRSA, già ISE).

Il Progetto SAILING con il CNR di Verbania Pallanza

Il progetto SAILING (Sensor-based Assessment on In-Lake processes and water quality – Scientific INvestigation and Growing environmental awareness) è stato il primo esperimento di questo calibro in Europa di monitoraggio intensivo e capillare delle acque dei laghi. Nel 2014 abbiamo operato sul Lago Maggiore, nel 2015 sul Lago d’Orta, misurando parametri come temperatura, pH, conducibilità elettrica e ossigeno disciolto, con trasmissione in tempo reale ai laboratori del CNR.
>L’Istituto ha potuto approfittare del fatto che, per il mio progetto fotografico, percorrevo ogni giorno molte miglia di navigazione, consentendo così un’analisi che non si era mai fatta prima a questo livello di dettaglio. In un prossimo articolo approfondirò il Progetto SAILING finanziato e sostenuto da Fantini Rubinetti di Pella,  perché merita uno spazio dedicato.

Il progetto SAILING è stato realizzato in collaborazione con il CNR di Verbania Pallanza – IRSA

 

il tempo cambia forma quando sei in barca

Vivere in barca da solo cambia il tuo rapporto con il tempo. Non guardi più l’orologio: mangi quando hai fame, dormi quando cala il sole, ti svegli con il primo chiarore dell’alba. Il ritmo della giornata non lo fa il calendario, ma il vento che si alza, le nuvole che passano, il lago che ti accoglie o ti respinge. Dopo anni passati a correre, mi sono ritrovato a contemplare, ad aspettare la luce giusta per uno scatto, a vivere i silenziosi pomeriggi senza vento che ti obbligano a fermarti e semplicemente guardare. Questa lentezza è entrata nelle fotografie: cieli bassi, acque immobili, riflessi che sembrano dipinti.
Non solo arte: tra tempeste, freddo e qualche avventura
Naturalmente non è sempre stato tutto calma e poesia. In un’occasione con alcuni amici abbiamo persino preso una tromba d’aria e siamo finiti scuffiati: barca rovesciata, tutti bagnati fradici ma fortunatamente illesi. In inverno, invece, mi è capitato di svegliarmi con la neve sulla barca: di notte dormivo nel sacco a pelo e per scaldare i vestiti li tenevo sotto la coperta, così al mattino erano almeno tiepidi. Sono esperienze che hanno reso il libro non solo un progetto artistico, ma una vera avventura di vita.
>La nuova edizione 2026: più immagini, nuovi capitoli e lo sguardo del drone
Dopo le prime tre edizioni, non ho semplicemente deciso di ristampare il libro: ho voluto completarlo e arricchirlo.
>Per la nuova edizione 2026 ho aggiunto nuovi capitoli, testi inediti e soprattutto immagini realizzate con un drone che, partendo dalla barca, offriva una prospettiva aerea inedita, come se fosse lo sguardo di un gabbiano.

Una visione dall’alto: come se fosse lo sguardo di un gabbiano

Questa visione dall’alto ha permesso di raccontare i laghi con una profondità nuova: il rapporto tra acqua, cielo e paesaggio si allarga, e la narrazione fotografica si fa ancora più intensa.
>Un libro nato dal vento, dal silenzio e dalla scienza
Tre anni di navigazione, fotografie, tempeste e albe ghiacciate hanno dato vita a “Lago Maggiore e d’Orta in barca a vela”, ora in una nuova edizione 2026 che unisce la poesia del viaggio con la potenza dell’immagine e il valore dei dati scientifici raccolti lungo il percorso.
>Ogni scatto racconta una storia: il silenzio dell’acqua, i borghi illuminati al tramonto, le vele ferme nei giorni senza vento, le attese infinite per la luce giusta, e ora anche la prospettiva aerea del drone che regala un punto di vista inedito e spettacolare.

La nuova edizione di Lago Maggiore e d’Orta in barca a vela unisce poesia, scienza e libertà, offrendo uno sguardo nuovo sul mondo dei laghi

Leggi anche Fotografare, navigare, volare: tre gesti che diventano poesia sul lago, per scoprire come la fotografia aerea è diventata parte del mio viaggio

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Riflessioni di un fotografo che deve dibattersi tra l’AI e gli smartphone https://walterzerla.com/riflessioni-di-un-fotografo-tra-ai-e-smartphone/?utm_source=rss&utm_medium=rss&utm_campaign=riflessioni-di-un-fotografo-tra-ai-e-smartphone Wed, 24 Sep 2025 14:35:21 +0000 http://walterzerla.com/?p=853 Un tempo la grande sfida nella fotografia e nell’intelligenza artificiale era farsi notare…Essere nei primi dieci significava avere visibilità, riconoscimento, spazio.Un po’ come appendere i propri scatti nella sala più luminosa di una galleria: finalmente notati, finalmente scelti. Oggi il rapporto tra fotografia e intelligenza artificiale ci costringe a ripensare cosa significa essere autori..Google non […]

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Un tempo la grande sfida nella fotografia e nell’intelligenza artificiale era farsi notare…
Essere nei primi dieci significava avere visibilità, riconoscimento, spazio.
Un po’ come appendere i propri scatti nella sala più luminosa di una galleria: finalmente notati, finalmente scelti.

Oggi il rapporto tra fotografia e intelligenza artificiale ci costringe a ripensare cosa significa essere autori..
Google non è più soltanto una bussola che indica i siti, ma un narratore che racconta già le risposte. Con l’intelligenza artificiale, filtra i contenuti, li ricombina e li restituisce confezionati all’utente, prima ancora che questi possa cliccare.
Ma questo nuovo scenario rischia di lasciare nell’ombra chi per anni ha investito tempo e risorse per emergere tra i risultati.

Mi sembra un po’ quello che è accaduto con la fotografia.
Oggi tutti abbiamo in tasca uno smartphone capace di scattare in ogni istante: milioni di immagini nascono e muoiono nello spazio di uno sguardo, ricordi veloci, senza poesia. Foto che si consumano come fast food della memoria.

Eppure c’è un’altra fotografia: quella dell’autore che cammina in un territorio, che si ferma ad ascoltare il respiro dei luoghi, che aspetta la luce giusta, che cerca non solo di mostrare, ma di raccontare. Queste immagini non sono souvenir istantanei, ma testimonianze di emozioni, visioni, vissuti.

Così accade anche per i contenuti del web.
Nell’epoca in cui l’AI sintetizza e restituisce informazioni già pronte, i testi banali e le copie non hanno più futuro. Quello che resiste è ciò che porta esperienza diretta, voce personale, poesia. È l’autorevolezza che nasce dal vissuto, non dalla ripetizione.

Le opportunità, allora, non sono perdute.

  • Bisogna diventare fonti originali, non duplicati.

  • Mostrare il volto umano dietro le parole, non solo parole senza firma.

  • Non dipendere unicamente da Google, ma coltivare anche social, newsletter, comunità reali.

  • Raccontare come un autore, non come un algoritmo.

Forse la prima pagina di Google sta tramontando, come la vecchia pellicola un tempo oscurata dal digitale.
Ma il valore dell’autenticità resta intatto.
Così come nessuno smartphone potrà mai sostituire lo sguardo di un fotografo che sa raccontare un paesaggio, nessuna intelligenza artificiale potrà mai cancellare la forza di un contenuto che nasce da un’esperienza vissuta.


✨ Se queste riflessioni ti hanno toccato, sappi che sto lavorando a un nuovo libro fotografico dedicato ai laghi, frutto di anni di navigazione e sguardi vissuti. Sarà disponibile dal 31 ottobre in edizione firmata: un invito a scoprire con me un territorio non solo visto, ma raccontato.

Leggi anche Tre lezioni di luce, un’altra riflessione sul rapporto tra tecnica, pazienza e visione.

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